lunedì 1 ottobre 2018

I LADRI IPNOTIZZATORI


All’inizio del nuovo anno Mohamed Sisbane decise di venire a svernare in Italia. Era stufo di Parigi e neve, freddo e gelo gli garbavano poco, abituato com’era – lui algerino di antica razza – al sole cocente della terra africana. Tra le regioni italiane scelse la Liguria e precisamente Genova, da dove poteva scorrazzare lungo le meravigliose Riviere di ponente e di levante. Ne parlò alla moglie, una bellissima danzatrice algerina come lui, rimasta disoccupata alla scadenza di un contratto che l’aveva impegnata per alcuni mesi in un cabaret di Montmartre, e manco a dirlo trovò la compagna pienamente d’accordo. Così, ai primi di gennaio, i due a bordo di una lussuosa macchina giunsero a Genova e presero alloggio in una pensione di via Pacinotti. Se l’automobile era di grossa cilindrata, in compenso il portafoglio di Sisbane era tutt’altro che ben fornito.


Ma per Mohamed e la consorte questo particolare era assolutamente irrilevante perché l’uomo aveva a sua disposizione per far quattrini un mezzo del tutto originale e di sicuro effetto. In una parola, ad assicurare il fabbisogno quotidiano per lui e la moglie bastavano i suoi occhi, occhi neri come il carbone, lucenti ed irrequieti, i quali avevano lo straordinario potere di abbagliare qualsiasi persona, fiaccandone la volontà e l’attenzione e rendendola docile strumento nelle sue mani. C’erano da risolvere alcune formalità d’ordine tattico, ma con un po’ d’inventiva e di buona volontà non sarebbe stato difficile creare le premesse dell’operazione.


Dopo un paio di giorni spesi in un giro d’orientamento per la città, la mattina dell’11 gennaio la coppia entrò in un’oreficeria di via Teglia. Dietro il banco c’era il proprietario Francesco Noferi: seduta in un angolo, la madre. Via Teglia è alla periferia di Genova, in un quartiere industriale di ponente; il negozio quindi era al riparo dal traffico ininterrotto del centro cittadino e poteva essere visitato senza la seccatura del viavai dei clienti, cosa che indubbiamente avrebbe disturbato il piano dei due coniugi. 

Al Noferi l’algerino chiese di poter vedere alcuni oggetti d’oro, dovendo acquistare un paio di anelli e una catenina. A giudicare da com’erano vestiti e da come si comportavano, Mohamed e la donna sembravano due facoltosi stranieri in viaggio di piacere: lui piccolo, olivastro in volto, di circa venticinque anni; lei minore di qualche anno, bruna, ben fatta, dai gesti misurati e dal tono della voce smorzato e dimesso.


L’orefice non ebbe alcuna difficoltà a prendere dalle vetrine un’intera collezione di astucci e a mostrare un vasto campionario di preziosi. I due osservarono a lungo anelli e catenine, ne provarono alcuni, pronti e disinvolti a passare dall’esemplare di poche pretese a quello più elaborato e costoso, senza per altro dichiararsi contenti e soddisfatti. L’orefice andò in cerca di altri campioni, badando a presentare con le parole più convincenti la sua merce: i risultati però furono egualmente insoddisfacenti. Nulla c’era che corrispondesse alle pretese della coppia esigentissima. 

L’uomo, poi, aveva un modo di comportarsi assai strano: guardava sì gli oggetti, ma guardava di più e con maggiore intensità l’orefice e sua madre. Le pupille erano accese e penetranti e si faceva fatica a sottrarsi a quegli sguardi che, nello stesso tempo, affascinavano e stordivano. A poco a poco, il Noferi si accorse che tutto intorno si annebbiava, diventava indistinto: le mani cominciarono a far movimenti disordinati; l’oro dei monili diventò opaco e la coppia sembrò improvvisamente svanire nella quieta confusione dell’ambiente. Identica impressione provava intanto la madre, la quale meno del figlio sentiva di poter resistere al terribile sguardo dello straniero.


Quando finalmente – era trascorso un buon quarto d’ora – madre e figlio lentamente uscirono dal loro straordinario intorpidimento, il giovane olivastro e la sua compagna non c’erano più e non c’erano più, nemmeno, molti degli anelli e delle catenine, che un momento prima erano stati da essi negletti e disprezzati. 

Il funzionario di polizia, che ricevette la denuncia, dapprima stentò a prestar fede al racconto dell’orefice. “Allora lei crede di essere stato ipnotizzato?” gli chiese con accento incredulo. E avutane la conferma, gli fece stendere la firma di rito, assicurandogli pronte ed esaurienti indagini. Nella sua lunga carriera, si era scontrato con tanti tipi, ma con un ipnotizzatore era la prima volta che aveva a che fare. Le perplessità del funzionario, però, durarono ben poco perché di lì a qualche giorno ecco piovere altre denunzie da parte di persone che avevano avuto la cattiva sorte di imbattersi nell’algerino dallo sguardo di fuoco.


Cambiavano le circostanze, la tecnica era tuttavia sempre la stessa: tutti affermavano di essere stati vittime di un misterioso fluido che si sprigionava dagli occhi dello straniero, fluido al quale era impossibile resistere.


E, difatti, non vi resistette la cassiera dell’albergo Aquila  Reale, davanti alla quale Mohamed e la moglie si presentarono il 26 gennaio successivo. “Abbiamo bisogno di valuta italiana”, lui disse, consegnando per il cambio un biglietto da cento dollari. La cassiera li osservò e non seppe dire di no a quei due giovani che parevano tanto discreti ed educati. Prese in mano il biglietto, controllò che non fosse falso, ritirò dalla cassa un blocchetto di carte da mille, da cinque e da diecimila lire, e poi cominciò a contare. Un’operazione che aveva fatto con esattezza e disinvoltura centinaia di volte e che ora sfuggiva a poco a poco alla sua attenzione. 

Alzando gli occhi sullo straniero, si sentì, infatti, come incantata da qualcosa di cui non riusciva a rendersi conto. Provò a riabbassare lo sguardo sul banco, ma quasi ubbidendo a una forza superiore ritornò a fissare gli occhi dell’uomo, il quale stava ritto e immobile come una statua. Le mani, intanto, per proprio conto, continuavano a contare un biglietto sopra l’altro: le sessanta mila lire italiane, corrispondenti ai cento dollari, erano già belle e allineate e l’operazione proseguiva. Centomila, duecentomila, duecentoventimila: tutti i soldi disponibili in un baleno erano passati dalle mani della cassiera a quelle dello straniero, il quale sotto lo sguardo allucinato della vittima si allontanò in punta di piedi, seguito dalla moglie. La cassiera se ne stette in quello stato per alcuni minuti, poi, quasi risvegliandosi da un sonno, si trovò sola e mezzo stordita col biglietto dei cento dollari in mano.


Le vacanze in Italia dell’intraprendente algerino potevano proseguire senza preoccupazioni di sorta: anche questa volta i quattrini erano stati recuperati senza eccessive difficoltà.


C’era la polizia che poteva dare fastidi per cui era meglio cambiare aria senza comunque rinunziare al piacevole tepore della Riviera. I due decisero di lasciare Genova e d’avviarsi verso sud, facendo tappa a Chiavari in un albergo nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Prima di partire la giovane signora si accorse che aveva bisogno di tante cosucce – capi di biancheria, oggetti da toilette e roba del genere . cui non era conveniente rinunciare in vista del nuovo viaggio. Lo disse al marito, il quale fu ben lieto di fare una capatina ancora in via Teglia e proprio in una merceria che aveva notato durante il sopralluogo all’oreficeria del signor Noferi. Questa volta una scelta accurata, una rapida manovra per far finta di pagare e, quindi, secondo il sistema già ben collaudato, la fuga dopo aver ipnotizzato il proprietario.


Con le valige ben fornite, i due la mattina del 30 gennaio presero la via di Chiavari. Il serbatoio della macchina era quasi vuoto, dieci litri di benzina sarebbero stati più che sufficienti per giungere a destinazione ma Mohamed volle fare il pieno: tanto per quello che il rifornimento gli costava, non valeva la pena di fare parecchie soste.


Ed ecco la macchina fermarsi davanti a un distributore, nei pressi di Quinto. Quando fu il momento di pagare, Mohamed porse un biglietto da diecimila lire e chiese un fiammifero per la sigaretta. L’uomo del distributore gentilmente si avvicinò, fece per accendere, ma nel guardare in faccia lo straniero, restò incantato e quasi fuori di sé. Alla polizia disse poi che, come un automa, aveva preso la borsa, versando nelle mani dello sconosciuto tutti i soldi che c’erano, circa ventimila lire.


In questi mesi i funzionari della questura di Genova non hanno dormito: hanno fatto attente ricerche nella zona e hanno individuato i due eccezionali rapinatori, ricostruendone i movimenti fin dove è stato possibile seguirne le tracce. Seppero così che imprese analoghe erano state compiute ad Ancona e a Ravenna, secondo un itinerario che si perdeva al confine. 

Interessate della cosa le questure straniere, proprio in questi giorni è giunta notizia alla questura di Genova che la coppia era stata sorpresa a Francoforte con le mani nel sacco e arrestata. Questa volta sembra davvero che le vacanze di Mohamed Sisbane e della moglie siano finite nel modo più volgare e meno romantico dei modi: in carcere. Quando i due compariranno in tribunale, i giudici si troveranno davanti a un’antologia sorprendente di fatti criminosi e dovranno risolvere un caso giudiziario senza dubbio singolare. L’ipnotismo, infatti, non è previsto come specifica circostanza aggravante e, con ogni probabilità, il tribunale per classificare il reato come rapina (e non come semplice furto) dovrà ricorrere a quell’articolo del codice di procedura penale che, più genericamente, considera quella specie di violenza consistente nel porre qualcuno “in stato di incapacità di volere e di agire”.


Articolo di Alfredo Ferruzza da "Oggi" n. 20 del 17 maggio 1956.

IL ROBINSON TEDESCO






C’è un uomo in Germania che non sa chi sia stato Hitler e che non ha mai sentito nominare Stalin: si chiama Engelbert Lehnert, ha sessantasette anni ed è saltato fuori – è proprio il caso di dirlo – nelle scorse settimane, durante il grande freddo, quando il gelo atroce l’ha costretto a uscire dagli immensi boschi della Westfalia nei quali aveva vissuto per oltre trentotto anni. Da quando cioè, alla fine del 1917, sarebbe dovuto andare sotto le armi e lui non ne voleva sapere.


Negli ultimi giorni di febbraio, un contadino di Gross-Reken mandava a chiamare con urgenza il medico condotto del vicino villaggio di Lembeck perché “un uomo si è bruciato in casa nostra”. Quando il medico, dopo un penoso viaggio nella neve altissima, giunse sul posto, un essere umano si stava rotolando nella neve urlando che voleva tornare nei boschi. La schiena dello sventurato era tutta una terribile piaga per via di numerose ustioni di terzo grado. Con l’aiuto di due robusti contadini l’uomo fu trasportato in una casa, tenuto a forza su un letto e sottoposto al trattamento del caso: un’iniezione di morfina per calmare i dolori e un’abbondante spalmatura di unguento sulle bruciature. A poco a poco l’uomo si calmò, poi cadde in una pesante sonnolenza, e il medico, tirato fuori di tasca il ricettario, volle preparare un ordine di ricovero immediato all’ospedale. 

Per prima cosa, naturalmente, chiese come si chiamava l’infortunato e i contadini si strinsero nelle spalle: “E’ il nero Engelbert”. Il dottore li guardò incuriosito. “Nero”, in Germania, ha anche il carattere di clandestino, tutto ciò che non è perfettamente consono alle leggi è definito dai tedeschi schwarz (nero). Ora nessuno dei contadini sapeva come si chiamasse effettivamente il poveraccio, sapevano solo che quell’uomo era appunto der schwarze Engelbert, l’uomo dei boschi. 

Il giovane medico, tuttavia, non ne aveva mai sentito parlare, e sul proprio ordine di ricovero non poteva certo scrivere “Il nero Engelbert”. E dopo aver invano frugato le numerose tasche del poveraccio, che indossava sette camicie, cinque giacche, quattro paia di pantaloni e otto mutande, naturalmente in condizioni pietose, decise di avvertire la polizia di Dorsten, cioè l’unico agente di polizia della località, che vi presta servizio da una trentina d’anni. Questi, quando udì il racconto del medico, sbarrò gli occhi per la sorpresa: perché aveva udito, sì, parlare dello schwarze Engelbert più d’una volta, ma non lo aveva mai visto, anzi aveva sempre creduto che si trattasse di una superstiziosa leggenda degli abitanti della zona. Così, quando il medico ebbe finito di raccontargli tutti i particolari, il Polizeiobermeister Riedemann non perse tempo a correre alla cascina di Gross-Reken per gli accertamenti del caso.


Lo strano tipo, sporco e barbuto come può esserlo solo un uomo che da anni non conosce sapone e pettine, accolse con evidente malumore il rappresentante della legge. Disse di chiamarsi Engelbert Lehnert, di avere sessantasette anni e di abitare nel bosco. Documenti? Non ne aveva. E dopo aver fatto quest’ultima, per un tedesco, sensazionale dichiarazione, si chiuse nel più assoluto mutismo, interrompendolo solo ogni tanto per ripetere in dialetto che voleva tornare nel bosco. 

L’agente Riedemann, invece, era perfettamente d’accordo col medico che il disgraziato dovesse essere portato all’ospedale di San Michele nella vicina cittadina di Lembeck. Ma a questo punto sorgeva la prima difficoltà legale perché per essere ricoverati in un ospedale occorre avere un nome e un cognome provati da documenti personali. Lo sventurato, oltretutto, era in preda ad un’altissima febbre che lo faceva delirare. Gridava ogni tanto: “Via dagli uomini! Voglio tornare nel bosco!” E così l’agente Riedemann fu costretto a condurre un’inchiesta a fondo.


Il nero Engelbert era comparso all’improvviso la sera prima a Gross-Reken e si era infilato in una capanna dove le contadine facevano il bucato. Si era sdraiato sulla grossa stufa e si era addormentato. Probabilmente accadde che il vento abbia ravvivato le fiamme sul punto di spegnersi, questo non è bene accertato: ma rimane il fatto che all’alba del giorno dopo una contadina, recatasi nella capanna per lavare i panni, trovò quello strano individuo svenuto sulla stufa e con le carni della schiena terribilmente ustionate. Lo riconobbe subito, anche se non lo aveva mai visto: quello era il nero Engelbert, ne aveva sempre sentito parlare da quando era bambina, e come lei tutti i contadini non solo di Gross-Reken, ma anche dei villaggi di Leiden, Velen e Hoxfeld, che sorgono ai margini del grande bosco.


Molti degli abitanti della zona lo conoscevano di vista, anche se non avevano mai scambiato una parola con lui. Se al mattino trovavano in mezzo ai campi un mucchio di barbabietole da zucchero diligentemente strappate dal suolo, se una massaia, alzandosi, si accorgeva che qualcuno le aveva spaccata la legna o spazzato il cortile, tutti sapevano che era venuto il nero Engelbert. E per una consuetudine che ormai datava da tempi lontani, ognuno si preparava automaticamente a pagare in natura il misterioso personaggio, lasciando bene in vista nel campo o nel cortile un indumento usato o un po’ di cibo. Con il favore delle tenebre, il “Robinson dei boschi” come ora lo chiama la stampa germanica, si avvicinava cautamente alle case dei contadini, ritirava il “compenso” e si rifugiava nuovamente nel bosco. Molti anni or sono, gli abitanti della zona si erano dati da fare – per semplice curiosità – per scoprire dove si celasse la tana di quel misterioso individuo. Ma nessuno era riuscito a rintracciarla e un po’ alla volta tutti si erano abituati alla misantropia dello sconosciuto e ad accettarne il modo di vivere.


Con il nome dell’ustionato e queste informazioni, l’agente Riedemann non tardò a scoprire proprio a Dorsten un fratello di Engelbert, il settantenne Alois Lehnert. Questi disse che non lo vedeva da quasi quarant’anni, da quando, nel 1917, aveva preso la via dei boschi. Perché? Engelbert, allora, era innamorato di una ragazza di Heiden, che ora è nonna di una numerosa schiera di nipoti. Benché nell’età giusta per fare il soldato, Engelbert non era stato chiamato alle armi perché era l’ultimo di sei fratelli, tutti in guerra, ed era stato lasciato a casa per accudire ai lavori dei campi. L’indeciso andamento delle ostilità e le gravissime perdite subite sui campi di battaglia, però, avevano costretto il governo imperiale a rivedere tutte le esenzioni militari e anche Engelbert si era visto arrivare la cartolina-precetto. 

Forse per il timore che se egli fosse partito per la guerra qualcuno gli avrebbe rubata la ragazza, forse molto più semplicemente per paura di lasciarci la pelle o forse anche perché il destino ha voluto che egli fosse il primo obiettore di coscienza del popolo germanico, Engelbert Lehnert, invece di raggiungere il comando del distretto, prese la via dei boschi. Da allora sono trascorso quasi trentanove anni, durante i quali il disertore non ha più avuto che indiretti contatti con il genere umano e nessuno con le autorità costituite.


L’agente Riedemann ha subito appurato che il reato della lontana diserzione era ormai prescritto. E poiché, negli otto lustri successivi, nessuna autorità si era mai occupata di Engelbert Lehnert, dal punto di vista della polizia il “Robinson dei boschi” non aveva nulla da temere. Così, accertata definitivamente la sua identità in base alla testimonianza del fratello, egli ha potuto essere ricoverato nell’ospedale di Lembeck: per la verità hanno dovuto portarcelo a forza, perché il nero Engelbert non ne voleva sapere.


In un primo tempo medici e infermieri avevano scosso il capo, quasi per dire che lo strano ospite non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere alle terribili scottature. Per quattro giorni il paziente obbligato fu in preda a fortissima febbre. Poi cominciò a riprendersi. Il suo caso, nel frattempo, aveva interessato tutta la Germania e la stampa aveva cominciato a seguirlo con curiosità. Così si venne a sapere che Engelbert non aveva mai sentito nominare Stalin, che non aveva mai avuto sentore né di Hitler né del nazismo, che non sapeva neppure che ci fosse stata una seconda guerra mondiale: e che non aveva nessuna voglia di essere messo al corrente di quanto fosse avvenuto nel mondo, da quando egli si era staccato dal genere umano per vivere come un animale.


Del resto egli non risponde che a monosillabi e non è per niente in vena di confidenze. I medici dicono che solo la durissima esistenza condotta per tanti anni ha permesso al loro paziente di superare la crisi. “Engelbert ha un fisico di eccezionale resistenza”, dicono. E si domandano cosa farà quando sarà risanato.

Il nero Engelbert, che ha chiesto e ottenuto che la sua camera non fosse riscaldata, non fa che guardare fuori dalla finestra in direzione dei boschi, dove la neve comincia a sciogliersi e la profonda nostalgia che è nel suo sguardo lascia chiaramente intendere quali siano i suoi programmi. Il borgomastro di Dorsten ha dichiarato che, appena ristabilito, egli avrà un posto assicurato in un ricovero per i vecchi, a spese del comune. Ma è convinzione generale che Engelbert, non appena gli sarà fisicamente possibile, ritornerà nel suo introvabile nascondiglio nei boschi della Westfalia.



Articolo di Felice Bellotti da “Oggi” n. 12 del 22/3/1956

LA DONNA-UOMO DI ALESSANDRIA







Si trova in questo momento nelle prigioni di Alessandria, sotto l'accusa di aver estorto del danaro ad una signora di Castellazzo Bormida, una certa Maria Alice Bertolotti. La faccenda sarebbe piuttosto banale se la protagonista della vicenda, cioè la Bertolotti, non portasse i pantaloni, non sostenesse di essere un uomo e non avesse dato in ismanie quando il giudice istruttore che la stava interrogando le disse, in un momento d'impazienza: "La smetta di fare commedie e si metta una sottana come tutte le altre donne". In attesa che la perizia medica definisca la strana posizione della detenuta e che dall'istruttoria risulti o meno la sua colpevolezza, si può far conto che Maria Alice appartenga al sesso femminile.

La donna cui Maria Alice Bertolotti avrebbe estorto del danaro è una vedova di 49 anni che indicheremo con le iniziali R.S., dimostra qualche anno di più, veste di nero ed è ormai del tutto grigia di capelli. Quando, qualche anno fa, la buonanima di suo marito la lasciò sola, ella si trovò in possesso  di una piccola eredità che, in un paese senza tentazioni come Castellazzo Bormida, le avrebbe permesso di vivere senza preoccupazioni fino al termine dei suoi giorni. 

Ma l'amore entrò nella sua casa. 

Ne fu causa accidentale una trascurabile escoriazione alla mano sinistra che si era prodotta durante il periodo della trebbiatura: quel giorno le si presentò, a bordo di un "guzzino", un signore con gli occhiali che, dopo aver mostrato un'ingiustificata apprensione sulle sue condizioni di salute, cercò di spiegarle quanto meglio sarebbe stato se ella avesse avuto alle sue spalle la garanzia di una assicurazione, e finì il suo discorso col proporle di garantirsi, per il futuro, con una polizza. La vedova era, prima di tutto, una contadina: così, per principio, si rifiutò di firmare. Ma quando, a qualche settimana di distanza, l'assicuratore si fermò nuovamente davanti all'uscio della sua casa, ella lo accolse con insolita premura e scese in cantina in cerca di una bottiglia da sturare in suo onore.

Da quel brindisi nacque una simpatia, così almeno credeva la vedova, e in seguito, sempre nella sua immaginazione, un fidanzamento. La gente di Castellazzo cominciò a sorridere. "Ormai", dicevano, "ha perduto la testa". Se avessero saputo che, oltre alla testa, la donna stava perdendo il suo patrimonio, insensibilmente, sotto forma di piccoli prestiti al suo "fidanzato" assicuratore, avrebbero riso di più. Con tutto questo la signora R.S. era felice. Tra lei e quello che ormai considerava l'uomo del suo cuore non erano corsi rapporti meno che corretti: anche ora ella sostiene, e nessuno ne dubita, di non avere scambiato con lui nemmeno un bacio. 

Il suo "fidanzato" era quasi un bell'uomo e anche, come si dice, un "tipo signorile". Un giorno dello scorso marzo il "fidanzato" mancò all'appuntamento. Si disse che il fidanzamento fosse stato troncato; poi si seppe che l'assicuratore era in prigione, ma questa notizia scomparve di fronte ad un'altra più straordinaria: l'assicuratore era una donna.

Quando la signora R.S. venne invitata in questura il suo stupore fu duplice: non soltanto si metteva in dubbio il sesso del suo "fidanzato", ma l'assicuratore si trovava in prigione proprio per colpa sua, senza che lei avesse mai minimamente pensato a denunciarlo, sotto l'accusa d'averla raggirata estorcendole quel poco denaro di cui disponeva. A queste notizie la vedova si ribellò: disse che non poteva credere a quanto le si diceva, parlò di una congiura ordita ai suoi danni e il risultato fu che la credettero pazza.

Che cosa dicevano i rapporti della questura?

Maria Alice Bertolotti, settima figlia di una modesta famiglia, nasce a Suzzara (Mantova) quarantun anni prima. Per la sua passione ai giochi mascolini i compagni di scuola la chiamano "Yotatanka" dal nome di un personaggio salgariano. A vent'anni lascia il paese e, con il paese, anche le sottane. 

Sotto il nome di Mario Bertolotti la ragazza entra a far parte di quel mondo nomade e pittoresco proprio dei baracconi da fiera e si guadagna da vivere facendo l'acrobata motociclista, suscitando il brivido negli spettatori di uno di quei cosiddetti "muri" o "pozzi della morte". Tranne un breve periodo in cui, lasciata la motocicletta, è scritturata come cavallerizzo in un circo, ogni sera, per dodici anni, casacca rossa, casco e calzoni bianchi, stivaloni neri, rischia la vita, non solo per il gusto di vestirsi da uomo ma per dare la prova, forse più a se stessa che agli altri, del suo coraggio.

Nel periodo della guerra Alice non viene, naturalmente, chiamata alle armi, ma il suo aspetto maschile attira l'attenzione delle pattuglie tedesche che percorrono le strade di Verona dove a quell'epoca si trova. La prima volta che le vengono richiesti i documenti, intestati al suo vero nome, non è creduta e, per una specie di ripicca della sorte, viene inviata ad un campo di concentramento a Vienna. In questa avventura ella può consolarsi di aver ottenuto una soddisfazione morale, quella cioè di essere creduta quello che ha sempre inteso di apparire: un uomo.

La prigionia le procura, inoltre, un'altra soddisfazione. Fin dal 1935 Alice aveva conosciuto una donna che era diventata la sua compagna in una circostanza che ricorda un episodio da romanzo di cappa e spada: una sera di quel 1935, a Brescia, quattro individui sotto l'eccitazione provocata dal giorno della festa cittadina e dall'aspetto di una giovane donna che sembrava annoiarsi, si erano permessi nei suoi confronti qualche manifestazione di galanteria un po' troppo audace. Alice che, finito lo spettacolo, si era confusa tra la folla del parco dei divertimenti aveva notato la scena ed era corsa in aiuto della ragazza. 

Dei quattro importuni ne aveva atterrati tre: forse avrebbe battuto anche il quarto se non fosse intervenuta la polizia. Era, ancora una volta, una manifestazione impostale dal bisogno di esternare ad ogni costo la sua virilità. A parte il fatto che questo gesto cavalleresco le aveva fruttato una condanna a quattro mesi di reclusione per lesioni e porto d'armi abusivo (le era stato trovato addosso un pugnale), Alice ebbe l'occasione, sotto la veste propizia di "salvatore" di entrare nella più stretta intimità con la signorina L.P. 

Questi rapporti iniziatisi nel 1935 durano tuttora - la scoperta dei medesimi fu un duro colpo per la vedova di Castellazzo Bormida - e se si considera che la donna, al momento dell'internamento di Alice in campo di concentramento, tanto brigò che ottenne di essere assunta presso il consolato italiano a Vienna allo scopo di poterla raggiungere,  bisogna riconoscere che il potere di seduzione della donna-uomo è senza dubbio maggiore di quello che molti rappresentanti del sesso forte possono vantare.

Terminata la guerra, Alice rientra in Italia, trasferendosi con la sua compagna ad Alessandria. Abbandonati per sempre i "muri della morte", il casco, i pantaloni alla cavallerizza, Maria Alice diventa un grave, occhialuto assicuratore in doppiopetto nocciola. Al "bolide della morte" ha sostituito il modesto e più sicuro "guzzino", con il quale appunto inizia ad allargare la sua cerchia di affari nei dintorni di Alessandria, ed è così che, pur continuando a convivere con la signorina L.P. inizia la relazione con la vedova R.S.

Ma se lo spunto di questa storia si svolge in un ambiente di sapore dichiaratamente boccaccesco, la sua conclusione minaccia di risolversi alla maniera di una commedia di Pirandello, ché, infatti, il magistrato che conduce l'istruttoria è assediato dalle richieste, tanto dell'amante quanto della fidanzata, che mirano alla pronta scarcerazione di Maria Alice. La signorina L.P., durante un animato interrogatorio, ha gridato al giudice: "E' un uomo quanto voi, e forse più di voi". Quanto alla vedova di Castellazzo - che avrebbe dovuto costituirsi parte civile - ha dichiarato: "Uomo o donna non importa, ma fatelo uscire di prigione".



articolo di Enrico Roda da "Oggi" nr. 21 del 24/5/1951